Vi racconto il mio libro di poesie, ‘Japanese Tosa’

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Ebbene sì, ho scritto  un libro di poesie. In inglese, pubblicato da una casa editrice londinese. Tutto vero, ora vi racconto un po’ del come ci sono arrivato.

Chi mi conosce e soprattutto chi mi ha seguito sulle varie piattaforme sulle quali ho scritto e creato contenuti di vario genere, sa che la mia passione per la poesia è sempre stata lampante, dichiarata apertamente alla frontiera di ogni varco, palesata come se mi fosse necessaria quanto il respirare. E per me lo è sempre stata davvero. Di tutti i generi che adoro sperimentare, è l’unico che leggo costantemente. Perché parliamoci chiaro, almeno nel mio caso, crescendo ho continuato ad incuriosirmi sempre più, vero, ma allo stesso modo ho radicato in me sempre più massicciamente il mio amore per la poesia.

E a partire dal 2017 ho compiuto una scelta: trasferirmi a Londra per viverci in pianta stabile. Per tentare una carriera di critico musicale che ritenevo più entusiasmante sperimentare in Inghilterra che non in Italia e inizialmente mi ero dato tre anni di tempo per raggiungere qualche percorso editoriale. Beh, sono ancora nelle timeline che mi ero prefissato, e già ho avuto la fortuna di essere accolto come volontario nelle webzine di Peek-a-Boo e Gigsoup.

Un bel traguardo, dopo aver completato da solo (e con enormi difficoltà, non vi nasconderò) il corso universitario di un anno di giornalismo musicale. Vengo da un altro mondo, lo ribadisco: amo i capoversi e i giochi di parole, le assonanze e gli enjambement, l’ermetismo di un verso che può volere dire tutto o riferirsi a mero esercizio ludico. E’ il miracolo della Poesia, dopotutto. Un incanto che ho faticato molto a ritrovare nel mestiere (o nell’ambizione, per meglio dire) del giornalista. Una pelle in cui sto scomodo e alla quale certamente non appartengo ancora (troppa inesperienza, troppi scarabocchi narrativi e poca voglia di riportare i fatti fotografati per come sono).

Per questo, pur essendo lusingato delle mie collaborazioni nella stesura di articoli di critica musicali di dischi per artisti emergenti e non solo sulle summenzionate webzine, ho sempre cercato di cullare la mia passione smodata per i versi e di crearmi un tunnel che mi riportasse alla luce di una pubblicazione di un’antologia poetica. Quello , avrebbe voluto dire il mondo per me. E quindi già da adolescente ho inviato materiale a destra a manca, avanti e indietro, posta certificata e poesie inedite scritte al momento, irrecuperabili per sempre e scartate chissà in quale momento esatto della selezione.

Moltissime porte chiuse in faccia, e non parlo solo delle grandi case editrici, dalle quali non mi aspettavo che un innocuo sbadiglio di disinteresse. Mi riferisco alle case editrici indipendenti, delle quali ho sempre avuto stima e che ho sempre cercato di sostenere (e sostengo ancora) per la loro ottima capacità di selezionare nuovi talenti. Ricordo che è ancora attiva la ferita della totale indifferenza della casa editrice Interno Poesia, alla quale per bene due volte ho sottoposto l’attenzione di due manoscritti inediti, nei quali avevo riversato la vita, e che non hanno provocato nemmeno un No, grazie, non fa per noi come risposta.

Pazienza, mi ero detto. L’orizzonte è amplio e il mondo contempla una varietà incoraggiante di proposte. Prima o poi qualcheduno avrà a cuore le mie parole e si assumerà il rischio di pubblicarle anche se provengono da un autore emergente. Così ho continuato a non arrendermi. D’altronde non mi è mai appartenuta, la resa. E non perché non vi sia nulla da perdere, in tutta questa tenacia – Dio mio che luogo comune! Da perdere ce n’è eccome: le energie  sfiancate dal continuo peregrinare di scrivania in scrivania per non ricevere mai una risposta, il tempo che sembra sempre morderti le orecchie e invitarti a rinunciare e a bere una tazza di tè mentre ti godi video di standup comedy su youtube. Ma amo la poesia e non credo abbia scelta in tutto questo.

Così ho cominciato a stamparmi nei vari offlicence di Londra le mie poesie, quando ancora non avevo una stampante e non avevo importato la mia vecchia Hp dall’Italia. Tre-quattro testi che avevo tradotto in inglese e ho cominciato a vagabondare per le serate poetiche londinesi. Con un’ansia perenne e un senso di forte disagio, perché sentivo che il mio inglese non era buono abbastanza e che la mia presenza sul palco equivalesse a quello di una platessa. Ma ancora una volta, in apnea rispetto ai miei affanni, mi sono fatto forza e ho continuato a portare in giro la mia poesia. E a inviare manoscritti, documenti word, lettere di presentazione faraoniche come se ogni casa editrice fosse stata la Mondadori. Che non è nemmeno la mia preferita, ma è per rendere l’idea.

Un giorno torno dal mio lavoro d’ufficio (perché un tempo ero fiorista, qui nella capitale, ma poi mi sono dato la sfida di un ambiente tutto nuovo in cui testare le mie capacità) e ricevo una mail, bella e genuina, da un editore della London Poetry BooksMi scrive che ha trovato le mie poesie molto toccanti, erotiche, e fuori dal comune. Rispondo che mi stranisce l’elemento sensuale, perché per ogni accenno – velato o esplicito – alla sessualità, ho sempre pensato a un equivalente fisico del desiderio intrinseco ad ogni umano di usare a pieno potere i cinque sensi di cui dispone. Nulla di sconcio elaborato, ma rimango comunque sorpreso.

Beh, long story short come direbbero qui gli inglesi: il mio libro è uscito il 25 ottobre, lo potete acquistare su Amazon, dal sito ufficiale della casa editrice , da Lulu o direttamente dal sottoscritto (inviandomi un messaggio o commentando qui in basso), ed è un’investigazione durata dieci anni di pensieri annotati lungo il percorso dei miei passi. Piroette di inchiostro che ho editato sino all’inverosimile, talvolta tradotto, talvolta partorito ex-novo dopo un’escursione al club terminata male, un pianto ininterrotto o una semplice elucubrazione da volo pindarico durante la pausa pranzo a lavoro. Segni del tempo che mi trascino come ombra, inevitabile e indelebili. Brezze e burrasche, come sempre sono i venti di un Capitano.

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Japanese Tosa è il nome di una razza canina che è vietato assicurare, qui nel Regno Unito come in diverse parti d’Europa, a causa del suo assetto comportamentale imprevedibile. Troppo rischio, da un punto di vista assicurativo. Una mentalità alla quale mi sono avvicinato di recente, per voglia di sfida lavorativa e d’ingegno, per temperare il mio problem solving e anche – perché nasconderlo – perché se si vuole continuare a inseguire un sogno si ha bisogno di solide finanze, e non verranno mai dai lavori saltuari cui ero costretto in passato e dai quali scappavo, per l’appunto, scrivendo. Se ora mi volto indietro e rivedo la mia curiosità bambina disperdersi come laser puntato dritto agli occhi della notte, sorrido e benedico la mia costante voglia di avere il naso fuori dalla finestra. Perché mi ha portato in Austria e Cambridge, a fare il ragazzo alla pari. A fare parte della prima redazione di un podcast scolastico all’interno di un Liceo. A intraprendere in solitaria un’esperienza di podcasting mia, e poi ancora un’altra in compagnia di due professionisti a parlare di musica.

Può sembrare poco per i più, ma per me è stata una palestra che non aveva nulla di scontato, e se avessi continuato per il percorso che la mia famiglia aveva spianato per me, questi guizzi di serendipità non li avrei mai incontrati, abbracciati, difesi. Sono grato alla ribellione e alla mia inquietudine, perché mi muovono e mi spingono sempre un po’ più in là. E la mia memoria colleziona diapositive dal tempo e le stempera con la leggerezza di sa che alla fine, ciò che conta, è sempre darsi da fare. Con la consapevolezza che spendersi in nome della propria voglia di fare è un regalo prezioso che esso stesso poesia. Materia che carbura la nostra esistenza misteriosa in questo piccolo pianeta bluastro.

Dedico questo libro a chi in questi anni ha creduto in me, a chi ha ascoltato e apprezzato i miei contenuti, siano stati un articolo su Il Veliero (sul quale non scrivevo da almeno un secolo), Quaquaversal o su Instacabilmentecontaminazioni,o ancora una recensione su StandOut, o un progetto poetico accompagnato da tappeto sonoro su Soundcloud .

Lo dedico in special modo a mia madre e a mia nonna, due madri premurose e dall’etica severa, ma indispensabile per forgiarmi alla disobbedienza intelligente. Alle mie sorelle Guinea, mia vita stessa e essere umano speciale ed Emily, mio trionfo contro tutte le brutture cui sono esposto durante la mia quotidianità. Al mio compagno Lucas Pistilli, giornalista formidabile, animo ancora più inenarrabile e uomo incredibile. A Barbara Favaro,  Scrittrice dal talento mastodontico, stacanovista, amica straordinaria, che amo dal profondo del mio cuore. Alla mia Professora di spagnolo (e se mi stai leggendo, Ersilia, sappi che ti penso spesso, soprattutto quando converso con i miei coinquilini spagnoli e insieme guardiamo i film di Almodóvar, e che ti abbraccio, dovunque tu sia, perché ci siamo scambiati molto affetto con l’onestà intellettuale di rispettare i nostri ruoli).

E a te, che hai letto questo righe e hai compreso, che dare vita a un libro per qualcuno può essere tanto emozionante come partorire un bambino per qualcun altro.

Ci si augura sempre di poter essere in grado di prendersi cura di lui, di nutrirlo al meglio e di garantirgli la migliore educazione. Lo si lascia crescere con la speranza che non ci abbandoni mai seppur con la consapevolezza che un giorno crescerà e s’incamminerà per la sua strada. Ecco, Japanese Tosa ha fatto il suo debutto ieri sul palco di Vauxhall, al Tea House Theatre, accompagnato da applausi e dolci strette di mano. Lo porterò in giro per tutta Londra e dovunque potrò. Nel frattempo, voi, statemi accanto col vostro meraviglioso pensiero.

Vostro Capitano

Intervista al giornalista Lucas Pistilli

Intervistare Lucas Pistilli è stata un’esperienza davvero piacevole: cullati dalle onde del lago di Garda, il critico cinematografico di recente stato a Cannes, le nostre chiacchiere hanno toccato i temi più disparati, partendo da cosa significhi essere un giornalista sino ad arrivare alle realtà musicali del Brasile che stanno stravolgendo il modo di percepire la musica nel mondo. Ne è uscita una chiacchierata che mi auguro saprete godervi fino in fondo. Di seguito l’intervista su soundcloud e i relativi sottotitoli. Buona lettura.

 

 

Grazie mille, Lucas, di essere qui. Grazie per aver accettato il mio invito. Quando mi accingevo a scrivere l’intervista, all’inizio, non sapevo proprio da dove partire, perché ci sono davvero tante cose che mi piacerebbe chiederti . Quindi ho deciso di cominciare con una domanda basilare ma al contempo molto difficile: cosa significa essere un giornalista, per te?

Beh, credo si tratti di trovare qualcosa con cui ci si possa relazionare, e di cui tu possa scrivere, specialmente quando si tratta di arte, film, di commentare. Credo abbia a che fare con la ricerca di qualcosa che tu possa tradurre a un pubblico diverso. Principalmente si tratta di un lavoro di traduzione. Ci sono avvenimenti nel mondo che necessitano di un’opera traduttiva, o che hanno bisogno di toccare un pubblico diverso rispetto a quello che solitamente hanno. Dalla mia esperienza posso dirti che si tratta soprattutto di questo. Certamente, se tu chiedessi ad altri giornalisti che hanno lavorato in altri campi, la risposta che ti sentiresti dare sarebbe molto diversa. Se l’avessi chiesto a un giornalista investigativo ti avrebbe risposto ‘rimanere nascosto e raccontare quanto visto in incognito’, un giornalista sportivo ti avrebbe invece detto ‘ portare nella narrazione dello sport il lato umano della competizione’, quindi ogni persona proveniente da un ramo diverso del giornalismo ti racconterebbe un lato diverso della storia. Ma per quanto riguarda quello che ho fatto io, correlato com’è al mondo dell’arte, credo sia affiliato alla traduzione e alla diffusione di contenuto altrimenti poco accessibili.

Quando hai cominciato a pensare a questa carriera e come hai avuto l’opportunità, ad esempio, di cominciare a recensire film?

Beh, debbo ammettere che sono appassionato di cinema sin da quando ero un bambino, quindi è un interesse piuttosto vecchio – a pensarci – , ed ero così interessato all’argomento che avevo intenzione di studiare cinema, ma nel posto in cui vivevo non c’erano università che offrissero questo servizio, quindi pensai di farmi coinvolgere nel mondo della critica cinematografica proprio attraverso il giornalismo. E questo l’ho deciso quand’ero adolescente, avevo 16 anni e ho scelto quel determinato indirizzo universitario. E ti dirò che ho frequentato anche un altro corso, quello di legge, che ha reso l’intero percorso universitario più lungo. Ma quando sono entrato nel mondo del giornalismo, all’età di 23 anni, l’ambiente sociale in cui vivevo già conosceva le mie passioni e le mie conoscenze pregresse in materia, quindi mi diedero l’opportunità di farlo e io sono molto grato per quest’occasione. L’ho fatto per molti anni, lo faccio ancora adesso.

Che cosa ti piace di più del tuo lavoro e quali sono i lati negativi?

C’è da dire una cosa riguardo il mestiere del giornalista: per certi versi, siamo scrittori su richiesta. E quindi penso che in qualità di persona che sta cercando di creare qualcosa di creativo – fosse anche un testo con una struttura solida – sia molto apprezzabile la possibilità di raggiungere i lettori. Anche se il feedaback è negativo, sia chiaro, anche se il pubblico non lo gradisce in toto, puoi sempre assistere a ogni rovescio della medaglia. L’importante è che le persone provino una reazione. Credo sia questa la parte migliore del mio lavoro. Vedere che le persone che sono intente a vivere la loro vita si fermano per un attimo a leggere quello che tu hai scritto. Per quanto riguarda ciò che non mi piace direi che alle volte bisogna confrontarsi con personalità che vorremmo intervistare, con delle storie che vorremmo raccontare e delle persone, nel mezzo, che ci ostacolano e che pensano che noi non siamo meritevoli di tutto ciò, trattandoci come se fossimo nulla. E questo può seriamente compromettere la tua giornata. Ma ci sono giorni e giorni, è parte del gioco.

Sei stato di recente al Festival del Cinema di Cannes, come definiresti quest’esperienza?

Oh, ok, dovrò metterci un sacco di sforzo per esprimere tutto questo. Sai, è così scontato dire che è stato un sogno diventato realtà, lo dicono tutti. E’ stato davvero appagante, in un mondo che non mi aspettavo. Non riuscivo veramente a credere che il ragazzino che aveva sognato Cannes e si era detto ‘mio Dio, un giorno sarò lì’ poi era lì sul serio. Ed essere stato lì ed essere stato in grado di aver fatto tutto quello che ho fatto è stato qualcosa che non dimenticherò mai. Quelli sono stati giorni completamente devoti al cinema. Tutto quello che importava erano i film, i registi, il duro lavoro fatto. Era questo. Non c’era nient’altro. Questo mi ha cambiato. E spero di tornare lì e di partecipare ad altri festival.

Scrivere è sempre stato associato alla creatività, anche quando si tratta semplicemente di esprimere un’opinione. E’ qualcosa di magico, in qualche modo, ti viene richiesto di essere il padre delle tue parole. Tu come ti relazioni a tutto questo nel tuo campo?

In realtà è complicato. Come dicevo prima siamo scrittori su richiesta, dopotutto. Ma devi capire che le nostre richieste , a seconda del campo in cui lavori, delle richieste che ti vengono fatte, delle scadenze… sono richieste piuttosto toste. Del tipo che ‘ok, devo essere creativo’, quando sentiamo che qualcosa di unico sta per uscire dalla nostra testa, ma ci sono molte altre cose che bisogna prendere in considerazione. Prima di tutto, il testo che scrivi non parla di te, deve parlare del soggetto. Tu non sei il soggetto. Puoi essere creativo, ma hai una scadenza, che pende su di te. Lo scopo principale è di diffondere l’informazione, non di mettere in mostra la tua creatività. Se riesci a soddisfare quest’aspettativa con creatività, ottimo. Ma se non ci riesci, devi concentrati maggiormente sul messaggio. E’ veramente importante ascoltare la propria sensazione e permettere al messaggio di diffondersi attraverso di te, indipendentemente dalla tua creatività. Se farai così, non sarai così prezioso a riguardo della tua scrittura. E quando scriverai qualcosa di veramente buono, fuori dalla media, sarà meraviglioso. Perché alla fine hai un lavoro da fare. Quindi portalo a termine. Se lo fai in una maniera meravigliosa, tanto meglio. E quando questo capita, ti senti così bene che dimentichi di tutte le volte in cui hai scritto un articolo frettolosamente, a causa delle scadenze,inviandolo quando sapevi già che avresti potuto fare di meglio. Ma il nostro lavoro è così, non abbiamo mai tempo a sufficienza, e cerchiamo sempre di fare il nostro meglio nel tempo che ci è dato a disposizione. Si tratta di compensare. Alcuni articoli varranno tutta la pena provata per la sensazione degli altri dieci articoli che pensavi fossero semplicemente ok, ma non eccezionali, ma che avevi dovuto inviare per come erano.

So per certo che hai scritto innumerevoli recensioni, ma sei anche stato dall’altra parte, dirigendo un corto dal titolo “Resgate”. Come ti sei sentito e cosa ci racconti a proposito di questa pellicola?

Resgate” in portoghese significa “salvare”. Questo è stato un corto sperimentale realizzato come progetto universitario, nello specifico per la disciplina di narrazione audiovisiva. Non l’ho mai mostrato ad una platea di un festival, quindi non posso parlare più di tanto di quelle che sono state le reazioni di un potenziale ‘pubblico’. Ma l’ho presentato come progetto del corso e in realtà non ho ricevuto una risposta così calorosa, in special modo dal coordinatore del progetto che supervisionava il tutto. Comprese l’idea di fondo, ma non la sua realizzazione e questo è normale quando si parla di film sperimentali. Ciò che ho provato quando ho notato questa reazione è stato che quello che avevo vissuto era stato uno sforzo collettivo (gli attori, le telecamere), certamente potevo fare (e lo posso tutt’ora) di meglio, ma l’ho presa nel migliore dei modi possibili. Dopo quest’esperienza ho iniziato a scrivere un altro corto di 20-25 minuti e sono il tipo di persona che scrive un pezzo della trama, poi lo accantona e poi torna a finirlo di volta in volta. L’ho quasi terminato! E proverò ad usare tutti i feedback ricevuti con il progetto precedente, e non sarò prezioso come non lo sono stato in “Resgate”, perché questo può davvero ostacolarti, piuttosto che aiutarti, quindi è bene attingere a tutti i consigli avuti e migliorarsi.

Concentriamoci un attimo sulla tua carriera, per un attimo, sin dal 2014 hai scritto per il giornale “A critica”, in Brasile, e al momento scrivi per “D-movies”,, una piattaforma alternativa che collega il grande pubblico europeo ai produttori di film attraverso una selezione particolare di film recensiti. Si vede che stai investendo su una carriera europea e quindi la domanda viene piuttosto in automatico: quali sono le principali differenze, in termini culturali, che hai incontrato tra le due diverse realtà?

Per essere chiari, non scrivo più per il giornale “A Critica” dall’inizio del 2017, quando ho deciso di intraprendere il mio viaggio in Europa. Ora continuo a scrivere per un sito web brasiliano chiamato “Cineset” e sto scrivendo anche per “D-movies”, come hai già detto tu (quest’ultima scritta in inglese, è un sito britannico). Devo confessarti che devo ancora essere maggiormente coinvolto nell’etica europea del lavoro. Non ho ancora trascorso del tempo a sufficienza per poterti raccontare. Posso parlarti che non c’è troppa differenza, per adesso: ottieni un testo, devi elaborarlo e hai un tempo di scadenza per realizzarlo. Per quanto riguarda questo, le realtà si somigliano tantissimo. Credo che entrare in un ambiente europeo, sedersi a un tavolo di lavoro con una redazione, dal punto di vista fisico… beh, dovrei richiamarti e dirtelo appena lo provo!

Parlando di cinema, sappiamo tutti che il grande schermo è il regno per eccellenza dell’irreale, pensi sia questa la ragione profonda per cui il cinema è un’arte tanto amata, come un’evasione dalla realtà? O pensi ci sia dell’altro ancora inespresso? Perché ci piace tanto il cinema?

E’ una domanda molto difficile, credo sia molto personale. Posso essere d’accordo che il cinema sia un luogo d’evasione, ma è anche un luogo in cui sognare. Un luogo in cui non si applicano le dure leggi della realtà. La realtà si dilata e diventa molte altre cose, in una sala cinematografica. Può riportarti a una dimensione che hai smarrito da tempo, o in una dimensione futura, un’immagine può avere un impatto profondo su te, ferendoti o donandoti una tale gioia! Non penso che ci sia qualcuno che possa negare che ci sia della magia in esso e se c’è della magia, perché mai non adorarlo?

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Intendo continuare a scrivere. Magari venendo assunto da vari giornali europei. Sto anche cercando di inserirmi nel contesto della comunicazione d’impresa, che è qualcosa che i giornalisti stanno cercando di provare per uscire dalla newsroom. Il nostro campo sta cambiando un sacco e credo che alcuni di noi vogliano seriamente sperimentare dell’altro. E siccome ho passato tre anni, seppure meravigliosi, in una redazione di notizie, vorrei proprio provare qualcosa di nuovo.

Tu vieni dal Brasile e quando si cita il Brasile la prima cosa che viene in mente è la vostra devozione alla musica e la grande capacità di produrre generi innovativi e album eccezionali. Quindi ti chiederei di farci una lista di quattro nomi, contemporanei, di artisti che stanno influenzando la percezione della musica dei giorni nostri.

E’ dura. Partirei con Luisa Maita, questa ragazza di San Paolo, che è grandiosa. Ha avuto una carriera piuttosto duratura, ma il suo album più recente (Fio da memoria,ndr) è stato davvero un esperimento ostico pieno di suoni difficili che mi è davvero piaciuto e che ha promosso un cambiamento in Brasile. Mi piace molto Pablo Vittar, un artista che sta cercando di produrre brani molto catchy ed è veramente connesso alla comunità LGBT e sta cercando di trasferirla coraggiosamente nella scena mainstream.  C’è un duo, che viene sempre da San Paolo, chiamato No porn, ha un sacco di influenze techno e produce delle canzoni molto belle, che cercano di cambiare lo stato delle cose.

So che hai trascorso molto tempo in Italia e quindi mi piacerebbe chiederti: qual è il segno più profondo che questo paese ha lasciato in te?

Gli italiani e i brasiliani sono diversi. Ma ci sono molte cose che abbiamo in comune. Mi sento molto a casa, qui. Non so se continuerò a stare qui, dipende dalle offerte di lavoro che mi saranno fatte. Questo posto mi restituisce qualcosa che proviene dalla mia famiglia, che ha origini italiane e mi ricorda di alcune esperienze che ho avuto da bambino. Tutto ha senso, qui, mi sento abbracciato da questo ambiente.

Grazie per averci donato il tuo tempo, Lucas. E’ stato davvero un piacere per noi. Puoi farci un’ultima cortesia? Potresti salutarci in portoghese?

(questo lo dovete proprio ascoltare! 😀 )

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12_Michele Placido con Sciuscià e altre storie

Una serata fantastica trascorsa al Teatro Centrolucia, in compagnia della scrittrice Barbara Favaro, che ha confezionato una bellissima puntata per “Back to Theatre” tutta da ascoltare.

BACK TO THEATRE

placido-al-centroluciaUna serata che ci ha riservato molte sorprese. Michele Placido diventa irresistibile quando lo si può ammirare in questa veste informale,  quando racconta di sé mescolando ricordi e pensieri eleganti su quell’arte strana che è la vita.  Davide Cavuti lo ha accompagnato con innegabile bravura, passo dopo passo, lungo tutto il percorso che ha toccato non solo il cinema (omaggio al Maestro Alessandro Cicognini), ma anche la musica e la poesia.

Buon ascolto!

(cliccare play qui sopra per ascoltare la puntata)

***

È un ibrido appassionante, lo spettacolo “Sciuscià e altre storie” – recital scritto dal compositore Davide Cavuti, alla fisarmonica, che vede come protagonista Michele Placido accompagnato da Franco Finucci alla chitarra e dalla cantante Miriam Foresti. Una narrazione che omaggiando il compositore Alessandro Cicognini e l’inesauribile eredità artistica lasciata (da “Sciuscià” a “Guardie e ladri”, passando per “Ladri di biciclette” e “Don Camillo), spinge coraggiosamente la zattera…

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Tutto parla

“Tutto parla…”, dico a mezza voce aprendo la porta sulla luna e sulla Casa Albergo di fronte a un centinaio di metri e vedendo che sulla scalinata, lo scivolo del garage, la cima della muraglia non c’è un filo di brina. “Tutto…”, vorrei non dico gridarlo ma pronunciarlo con voce normale, “Tutto parla…”, invece mi è venuto fuori ancor più fioco di prima. Vivere sarà pure un vizio da verme solitario che si autofagocita ma quanto me lo godo, si vive così bene nella noia della vita che non cessa mai, che piacere sofisticato tirar tardi senza scopo, che iniziazione infinita quella del vivere, alla fine sarà come per mia madre novantatreenne che non voleva morire d’estate se no avrebbe mancato l’uva regina di settembre, e neanche d’inverno se no si sarebbe persa i cachi ragno, a marzo neanche a parlarne per via della frittata coi loertis, e proprio a maggio con le ciliegie e tra giugno e luglio con i duroni bianchi, oggi introvabili e forse estinti, sarebbe stato un delitto…

Tratto da L’altra mammella delle vacche amiche di Aldo Busi 

Candle

I’m just fascinated by the smoke from this candle

Le candele mi rapiscono sempre, i fumi benefici mi elevano.

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La differenza la fa sempre il volersi bene, l’affetto per se stessi è il preambolo per l’amore verso gli altri. Una candela alla mela può risollevarci dall’ingordigia totalizzante dell’oscurità, donandoci un profumo lieve di altrove e un tocco magico di luminosità. Perché rinunciare?

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Oppure una bella tealight alla lavanda (che concilia il sonno e la meditazione) in una bella bottiglia (c’è un certo retrogusto di Messagge in a bottle, neh?).

E voi, che talismani avete per portare serenità alle vostre menti?