Strascichi di Sanremo (il Festival)

Sanremo 2017

Quest’anno ho avuto a che fare con il Festival, per certi versi: la rivista online Standout mi ha chiesto di scrivere le pagelle serata dopo serata recensendo così la qualità delle canzoni degli artisti in gara. Un’avventura stravagante perché erano anni che non mi sciroppavo il Festival. Insomma: un tempo era televisamente parlando l’occasione dell’anno per ascoltare buona musica tutti insieme in compagnia della famiglia (o motivetti ritenuti tali, non avendo molta possibilità di ascoltarne quotidianamente come di questi tempi), oggi è invece lo specchio delle brame di qualsiasi artista necessiti di un’occasione promozionale per sponsorizzare il nuovo album in arrivo e venderne qualche migliaio di copia in più. Una vetrina più che un tempo, perché apparire oggi è la premessa indispensabile per incentivare quantitativi significativi di vendita. Sempre che il tuo nome non sia Mina, ovviamente. Comunque sia, ho guardato tutte le serate il Festival con occhio critico e senso di curiosità e sono nate le pagelle (che potete leggere qui, qui, qui e qui, delle varie serate).

Questi pensieri, invece, sono appunti extra per voi, naviganti, nella speranza si possa alimentare un minimo di dialogo critico circa la carovana mediatica più chiacchierata da addetti ai lavori (giornalisti musicali) e non (curiosi e spettatori, quest’anno in numero decisamente consistente).

Bianca Atzei, Ora esisti solo tu

Il vigore lo ha affidato alla scelta dell’abito, molto curato e sinuoso. Ma il saluto di Checco Silvestre scongiura ogni possibilità di buona riuscita della canzone. Che naufraga, manco a dirlo.

Francesco Gabbani,  Occidentali’s Karma

Stallone lanciato sulla pista, primo indiscusso della classe, ha dato all’Ariston un’esemplare dimostrazione di quelli che sono gli ingredienti di un brano di successo:testo ermetico di spessore, grande prestanza scenica e carisma da vendere.

Chiara, Nessun posto è casa mia

La sua voce, tocca ribadirlo, deve osare, altrimenti la sua carriera sarà uno sfiorire dietro l’altro: datele la forza per riscoprire cosa possono fare quelle corde vocali magnetiche.

Clementino, Ragazzi fuori

Questo è l’alter ego del rapper, di sicuro, ma uno come Clementino che dovrebbe farsene del Festival? Casa sua è il ripescaggio sanguinario nell’illimitato rimario della sua bella testiolina, non il pop esangue dalle incazzature appena appena accennate. Torna in te!

Ermal Meta, Vietato morire

Non è l’inizio, perché ha già iniziato da un pezzo, è il prosieguo che attraversa il suo talento rilasciato nell’aria. Avrà tutta la fortuna che gli spetta.

Paola Turci, Fatti bella per te

la nostra P.J.Harvey (le somiglia, neh?) non vuole mollare niente all’incompiuto, e sigla il gran finale con le unghie e con i morsi. Stoica, femminile senza svestire, impeccabile nell’esecuzione

Partecipazione di Zucchero

Sugar ha sempre saputo il fatto suo, ma ancora una volta scuote il vessillo dell’incredulità, portando sul palco una tribù di nomi d’eccelleza appartenenti ad animi scalmanati (la batterista è la donna della mia vita). L’omaggio a Pavarotti è una fiammella di speranza accesa nel buio delle luci neon rotte: si possono unire i mondi più diversi – pop e lirica, perché no – si può investire sull’unione, si può edificare la pace.

Fabrizio Moro, Portami via

Dopo averla macinata bene, la sua canzone è diventata una farfalla, decisa a spiccare il volo. La voce graffiante, di una raucedine che risulta sensuale, mostra un solo scorcio sul reale: l’artista avverte ogni parola del testo scritto, e la restituisce al pubblico con grande carattere.

Alessio Bernabei, Nel mezzo di un applaso

Ci si può provare, ad apprezzare la canzone, ma la voce da leader dei Modà è disturbante, la base identica al brano in gara l’anno scorso (già fotocopia della canzone di successo di Nek) e l’unico dettaglio che risalta è la caviglia scoperta.

Marco Masini, Spostato di un secondo

Sciorina sul palco i ricordi come petali cascanti, il testo -parlato è un proiettore di emozioni sottocuranee che trasmisgrano da chi le crea a chi è in fila per riceverle con una potenza espressiva vista on stage in poche occasioni. Un brano decisamente biologico.

Lodovica Comello, Il cielo in una stanza

Il deserto non è di felicità, ma di contenuti: la sua voce traballa, il testo si dimentica, l’unico a salvarsi è perennemente il vestito.

Samuel, Vedrai

Non si è dimenticato di chi è, nonostante questa parentesi sbiadita. Saprà fare di meglio, glielo si augura, anche se il sospetto che la fase calante sia iniziata non è infondato: la voce tituba, lo scazzo serpeggia a preferire altri lidi, la presenza scenica non è più quel mix esplosivo micidiale dei concerti con i Subsonica. Che succede?

Michele Bravi, il diario degli errori

Accademico e incolore, se ne esce così com’entrato: in punta di rivelazione (Rovazzi gli ha portato bene, spingendolo al podio), pronto a percorrere la strada della promozione con affanno ma presenza ulteriore al palcoscenico (non sappiamo se anche a sé stesso).

Sergio Sylvestre, Con te

E’ tanto simpatico, e la sua responsabilità nell’aver cantato un brano che non spicca è inferiore a quella degli esecutori del tiro a piattello sul suo futuro, che rischia di eguagliare la durata di vita del passaggio di una stella cometa. Confidiamo in un risveglio spirituale. Forza Sergione, wake up!

Fiorella Mannoia, Che sia benedetta

L’agio di chi ha già artisticamente vinto le permette di portarsi a casa la miglior performance della serata. Classe, bravura, eleganza, verve poetica, ha tutto dalla sua parte.

Elodie, E’ tutta colpa mia

Rimane incartavetrata, nonostante i capelli blu della Berté che le augura di “spaccare”. Bianca cristallina nell’abbigliamento, mantiene una voce tecnicamente perfetta, ma emotivamente algida.

Michele Zarrillo, Mani nelle mani

Lui e Fogli si spartiscono l’onda del successo di ieri, di cavalloni intramontabili, ma non basta la gloria a purificare un testo insipido come quello in gara e una melodia semplicemente immeritevole di presenza sul palco. Ribaisco: noia, tanta.

Maurizio Crozza

I suoi personaggi rispecchiano un talento cotto a puntino.  Sottotono nelle prime puntate, si è liberato del bozzolo dell’imbarazzo ed è diventato nel frattempo il Senatore Razzi. Riesce a mettersi in gioco (e a rischio) ogni volta che imita un famoso, Trump compreso.

Fatemi sapere cosa ne pensate voi. Vi leggerò volentieri. Vi ricordo che questa sera, alle ore 22, proprio QUI , potrete ascoltare il mio nuovo podcast musicale, in compagnia di Simone Pizzi e Barbara Favaro. Seguite e vogliate bene a Barcode perché è veramente fatto con l’anima. (Lasciate, se vi va, un like su lla pagina FB).

Un abbraccio, naviganti.

 

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3 pensieri su “Strascichi di Sanremo (il Festival)

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