Mutamento

Come arriccia l’edera il sentiero
si arrampicherà ai tuoi fianchi
vedrai sgorgare dall’iride
tutto quanto il firmamento
attendi fermo il tuo incrociare
sguardo e bivio, si avvererà
la profezia dell’oracolo
racchiusa nel monocolo
di quello scarno tuo abitacolo
saprai racchiuso nel tuo oblio
un identikit di vite ancora da vivere

È un mutamento
Quello che fronteggi

 

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Sulla scia

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Sulla scia di un’encore da regalare
varcherò l’ossatura dei tuoi dubbi
giramondo che mi tieni sulle palpebre
per i tuoi sbuffi ad accennare il vuoto
di un’unione che sarebbe estranea
ai tuoi febbrili movimenti
ora vorrei confessarti che anch’io,
dopotutto,
so pattinare sul fango
raccogliere la pioggia in un’ampolla
indossare il plaid di un dispiacere
fingendo che sia pelo di visone

io so sostare lungo il tempo
che mortalmente chiami attesa
è un vita che ruotando
non giro che sulla mia asse

io sul tuo crepuscolo ci salgo
ignaro dei tuoi attimi di sclero
mi accompagnerai come io pigio i tasti
e tu le suola delle espadrillas alle Maldive
sulla scia del pettine che non usi più
io mi addormenterò tra i denti accaniti
per accertarmi che un tuo morso
mi accarezzi i pensieri

 

Ginevra

Se dentro te è sbocciato il destino
è perché il disincanto ha fallito
è perché col compasso hai puntato
all’unica aorta che blindasse il mio cuore
per circoscrivere il tuo raggio d’amore
per puntellare un diametro almeno
Di eternità dovuta

Ginevra,
la tua casa è una manovra alata
un sospiro giunglesco tra le liane del vento
quel cuore che ho amato
con tutta una furia
che non ha espresso parole

se fuori te è apparso il tramonto
è perché la mamma ha sorriso d’un tratto
è perché hai setacciato ogni infamia
ripulendo l’azzardo dal brivido
per donare alle lacrime una rivalsa di gioia
per costeggiare il tremore degli occhi
con taciuta incredulità

Scrivere lettere

Scrivere lettere è sempre stata una forte passione, un mio esercizio personale per misurare e scandire le fasi della mia vita, per confidarmi a me stesso nel cerchio concentrico più grande di una corrispondenza con l’altro. Se avessi avuto qualche anima più generosa nel rispondermi, probabilmente avrei continuato a inviare, spedire e ad attendere impaziente accanto alla cassetta della posta. Ma si sa che investire nel linguaggio è ormai un delirio talmente palese che rimane a questo punto un mio capriccio, quello di inviare lettere per il piacere di investigare a fondo su uno stato di salute o su un progredire di stagioni. Una tristezza che si tinge di consapevolezza nell’elaborare un pensiero chiaro: se non mi scrivono gli altri, la scrittura proseguiurà da sé. Inarrestabile.

Ah, a proposito: ho ultimato la lettura delle corrispondenze di Oriana Fallaci. Era dai tempi di quelle di Sylvia Plath che non mi entusiasmavo tanto. Per certi versi, infiltrarsi nelle vite degli altri è un modo piacevole per trascorrere il proprio vissuto. Sempre che a farla da padroni siano il rispetto e una prodigiosa curiosità.

Dekreviews#5 “Nel paese dei ciechi” di H.G.Wells

In uno scenario che sembrerebbe fantascientifico, non fosse per la cura minuziosa che Wells ha di farlo apparire come perfettamente reale, un giovane esploratore precipita in una comunità di non vedenti che a causa di un morbo ha dovuto rinunciare alla vista e ha dimenticato cosa significhi il possesso di questo senso. In seguito alla caduta, per l’avventuriero avranno inizio numerose disavventure che lo porteranno a comprendere  dinamiche perverse che saranno altrettanto folgoranti per il lettore. L’orrore non è mai certo, mai palesato, ma sempre palpabile, nell’angoscia del protagonista di comprendere e nell’ansiosa curiosità del lettore nella scoperta di dettagli sempre più macabri. La brevità del racconto è un passepartout: agevola il ritmo narrativo, elimina i momenti morti e conferisce tratti indefiniti, sfumati, quasi caricaturali agli antagonisti presenti nella storia. Il tema dell’ossessione, rivelato sempre a metà, regala la possibilità di comprendere effettivamente quanto la deprivazione generi mostruosità del tutto formali che sfiorano il macabro con pacata normalità. Una lettura interessante, notturna.

In due

Nel passato remoto
calcolerei il mercurio del termometro
che ha misurato la nostra passione
il bottone zampillante dai calzoni
l’unto dei capelli sul tuo viso

Il risultato sarebbe un’ondata
di vino bianco sulle labbra
per dimenticare di aver umettato la mente
con estrema inefficacia

In due eravamo inarrestabili
nessuno avrebbe mai sognato
di rinchiudere in un baule la nostra bile
per inscenare un uragano sulla terra
le nostre orme disegnavano ombre
sagome cinesi per bambini orfani
il futuro, con te,
era uno spreco di idee

Dove capitava

Noi ci eravamo dispersi
Nell’agognato tonfo di un bacio
Come Alice continuavamo a cadere
Il fondale era il cielo di molle
I tuoi piedi scalzi orientavano il giorno
Inseguivo le notti come una cavigliera
Mi trascinavi inerme inebetito
Dell’alcol che io non gustavo
Dalla tua pelle sudava il fuoco
Che orientava la mia danza
Come accecata la furia era duplice
Tu celavi il chiavistello della vita
L’incognita era risalire

Ci amavamo negli ostelli
Sulla pelle irritata di una scimmia urlatrice
Tra il pellame pois di una zebra
Sognata tra i fumi
Di una complicità trascorsa
Dove capitava

Ciottoli

A Peterborough i cigni sembravano
Ideogrammi del nostro innamoramento
Le mani tinteggiavano a riva
Le ali di nuvole irrequiete
Quel passo andava tracciato
Nel ventre di un destino mancato
Il vano era semideserto
Le tue scarpe logore di immanenza

Sulle mie spalle i tuoi occhi sembravano ciottoli
Un tilaka che mi apriva la fronte
Scavando un livido al cuore
nero potassio
ossidati i fenoli