L’acustico di Björk (Vulnicura strings version)

E’ uscito lo scorso 6 novembre, l’ultimo progetto discografico di Björk, che lo scorso 21 novembre ha toccato la sacra soglia dei 50 anni di età, ma che ancora non ha deciso di farsi da parte. Anzi: temprata come sempre dal suo desiderio di inventare, riscoprirsi e fare musica di qualità scevra da etichette ha pubblicato una versione acustica dell’ultimo lavoro in studio, Vulnicura (Qui trovate la mia recensione). La parola acustica, però, per la nostra stacanovista amante delle passeggiate nella sterminata tundra islandese non ha nulla a che fare con chitarre e accordi/ viatico per la serenità dell’animo; sono violini e viola organista a dominare la scena, a erigere il muro del suono che rende l’album l’ennesimo capitolo inclito di una discografia ormai consacrata a essere un exemplum humanitatis per tutte le generazioni di musicisti e non a venire. Perché non è tanto l’amore irrefutabile che ogni fanatico dell’artista in questione nutre alla radice a muovere queste parole, quanto più l’evidenza di un’intenzione commovente e mirifica di sperimentare, sperimentare e sperimentare. Chi potrebbe suonare, ad oggi, servendosi della viola organista? Chi potrebbe suonare le proprie canzoni con lo strumento che ha impiegato tre anni della vita del compositore Sławomir Zubrzycki nella costruzione dell’ ibrido progettato da Leonardo Da Vinci nel suo Codice Atlantico? Lei, soltanto lei, verrebbe da rispondere. E forse non si hanno tutti i torti.

L’album, teso a mostrarsi più ferino ed essenziale, apre le danze con la traccia più devastante dell’album, quella Mouth Mantra che nella fatica originale esplodeva apocalittica di mille riverberi, qui snellita del clima infernale e preziosamente impermalita tra lacrime nebbiose. Lionsong non dimentica la sua statura primordiale, si imbozzola nel suo cuore embrionale e ancora risplende di dichiarazioni di solitudine. La traccia simbolo Black lake, invece, deprivata dai beats che ne accendevano i toni baroccamente disperati, suona legnosa e basilare. Non è lo stesso per Atom Dance che volteggia come una ballerina di Edgar Degas e si infrange quando la voce di Antony Hegarty fa il suo ingresso ad accompagnare le giravolte.


Stonemilker
è la capoclasse che non teme alcuna variazione e suona come dal primo ascolto una ciclopica dichiarazione d’amore alla Musica, qui più cristallina e delicata, ma sempre straordinariamente romantica (ovvero sia ‘propria del Romanticismo’). Quicksand, al contrario, è il brutto anatroccolo non ancora cigno che la nostra Andersen di Reykjavík non riesce a trasformare in cigno. Ma pazienza: tocca a Notget arieggiare le stanze, con i suoi archi incalzanti, impavidi, magniloquenti. E in questa veste, con l’intenzione originaria, l’All is full of love che ha svezzato molti bjorkiani di lunga data, scaglia tutta la sua tenebrosità nei timpani nel duro e crudo Love will keep us safe from death.

Spiazzano Family, che diviene un trip coscienzioso e accurato verso la pace più celeste e le vette più turchesi della propria anima, History of touches, inspiegabilmente la grande assente dell’album e la versione viola organista di Black lake, troppo incantevole per essere vera.

Si arriva un faraglione più lontani dall’ultima volta: nella nudità del progetto risiede tutta la genialità pura di Björk, che abituata a impreziosire e a intricare partendo da melodie canticchiate, ha questa volta scelta di andare al fulcro di se stessa, svelandoci il cuore che sanguina, la ferita aperta. Proprio quella che appariva nella copertina dell’album.

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Quelle cover che non si possono sentire

Naviganti,

vi prego di parlare con onestà: qual è quella cover che, pur essendo di un grandissimo artista, proprio non vi va giù?

Vi dico la mia:

 

In quest’occasione Mia Martini rovinò plaetealmente un capolavoro della mia adorata Kate Bush e benché sia affezionato a Mia (e anche a sua sorella, va’) non avrei mai scelto un arrangiamento così inappropriato con una traduzione così scimmiesca e un mantra che non convince. La dolcezza misteriosa dell’originale ha un rimando alla potenza vocale di Kate che Domenica non aveva (era, invece, straordinaria con la sua espressività qui inefficace e la raucedine del suo dolore asportato sul palco).

Fuori dai denti: siete d’accordo?

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Dōjō kun

Come vi dicevo tempo fa ho avuto la fortuna e l’occasione di praticare karate per sei anni e ho avuto modo di imparare molto. Mi inteneriva e affascinava quel miscuglio di pratiche fisiche ed esercizi spirituali, quel connubio agganciato di mente e animo, quel nodo indistruttibile tra cervello e talloni. Voglio riportarvi così alcuni insegnamenti che venivano ripetuti, quando eseguivamo il saluto (prima di cominciare ogni allenamento e al termine), che sono strade maestre applicabili tranquillamente anche a chi non si è mai accostato a queste discipline.

1) Hitotsu jinkaku kansei ni tsutomuru koto (Cerca di perfezionare il carattere)
2) Hitotsu makoto no michi o mamoru koto (Percorri la via della sincerità)
3) Hitotsu doryoku no seishin o yashinau koto (Rafforza instancabilmente lo spirito)
4) Hitotsu reihi o omonnzuru koto (Osserva un comportamento impeccabile)
5) Hitotsu kekki no yu o imashimuru koto (Astieniti dalla violenza e acquisisci l’autocontrollo)

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Quaderno di sopravvivenza

Sì, possiedo un quaderno di sopravvivenza, lo porto sempre con me. Essendo un’anima che sente il tempo e ascolta gli agenti atmosferici spessissimo, ho bisogno di un dialogo con me stesso che sappia calmarmi, riaccendermi, guidarmi. Se così non fosse, non avrei gli strumenti per contrattaccare me stesso, e ciò vorrebbe dire consegnarmi alla parte peggiore di me. Non vorrei mai potermelo permettere. Oggi vi posto alcuni estratti perché spero di convincervi che sarebbe bene averne uno sempre sotto mano, in ogni circostanza. Un taccuino da portare in viaggio pieno di amuleti, scritti incoraggianti, slogan motivazionali, appunti in ordine sparso. Non solo perché siamo vivi, ma perché lo dobbiamo rimanere il più a lungo possibile e nel migliore dei modi, dico bene?

Ho una lista di personaggi spronatori che non dimentico mai, oggi ve ne parlo, fedelmente a quanto scritto.

Alex Blake, personaggio della serie televisiva Criminal minds

Linguista esperta che ti ricorda che hai da fare e che devi svolgere il tuo lavoro in maniera coscienziosa, puntuale, migliore possibile. Ti ricorda il valore inestimabile della ricerca e la preziosa bellezza insita nella lettura e nella scrittura. E’ un eccezionale modello da imitare per svolgere un ottimo lavoro, ricordandosi che il meglio di sè va esibito qui e adesso.

Aldo Busi

Scrittore eccezionale e traduttore puntiglioso, che simboleggia il coraggio di dire sempre la propria opinione, soprattutto alla luce della propria coerenza e della propria coscienza. Ricorda che scrivere è un’avventura senza pari, all’estremità di se stessi, senza concessioni alla noia, alla pedanteria, al narcisismo (questo lo aggiungo io, perché fosse per lui… )

Oriana Fallaci

Giornalista senza peli sulla lingua, ricolma di coraggio e di eleganza linguistica. I suoi romanzi ti sono d’esempio per indirizzare la ricerca verso lidi sprezzanti e fieri, non verso osterie facilmente abbordabili ma vuote di ogni senso immaginabile. Ti ricorda che il tuo ruolo è ben chiaro, laddove è fomentato dalla passione e dall’impegno. Che non si scappa dalla propria vocazione, la si affronta, si decide quale sarà la prossima mossa.

Sia Furler

Artista incredibile e cupa nei suoi toni. La sua opera discografica è un inno alla creatività, qualità che cerchi di alimentare in te giorno e notte senza sosta e sulla quale hai investito in quest’ultimi dieci anni. La sua anima punk le ha concesso di poter avere il successo meritato, negli ultimi anni, negandosi a telecamere e a obbiettivi invadenti, rifiutando di diventare un prodotto qualunquistico come Lady Gaga.

Camille

Cantante francese che si diverte a sperimentare nuove soluzioni artistiche per rinnovare l’ormai sciacquata formula “canzone d’autore”: la sua voce si inserisce continuamente in nuovi progetti, sotto la spinta continua del Facciamolo, azzardiamo ancora di più, spingiamoci più in là. Un vero e proprio caleidoscopio, il suo lavoro sulla voce corre a fianco della sua indiscutibile creatività.

Herman Melville

Autore di capolavori indimenticabili,è un emblema della tua ricerca dell’infinito e del tuo perpetuo desiderio di scandagliare il noto per bussare alle porte dell’indefinito. La sua anima ha vegliato sul tuo podcast, questo ami immaginare, e ti ha detto che bisognava farsi schiuma dei mari, non c’era altro modo.

Emily Dickinson

Poetessa vicinissima a te per sintonia emotiva, che ami per il suo modo straordinario di prelevare sottopelle tutta l’immaginazione cinematografica. Le sue lettere rivelano le mille sfaccettature della sua anima, il suo carattere inafferrabile. Ti piace tanto abbia scelto di vestirsi di bianco a partire dall’età di 23 anni e che si sia reclusa nella sua casa fino alla sua morte. Mi ricorda di essere prolifico e indomito, senza mai abbandonare alcun proposito.

Kate Bush 

Creatura straordinaria, celeste, piena di stupefacente incanto e sovrumana creatività. Ammiri così tanto la sua ricerca in The dreaming, la sua peculiarità in The sensual world, la sua disarmante dolcezza da accento leggermente posh e la sua vita da romanzo. Ti ricorda che il cammino si fa all’andata, sempre più a fondo dei propri desideri: sii tu il tuo totem emozionale, sia Kate la tua Bibbia. E ora: Go!

In the heart of the sea

Ero al cinema seduto in Inghilterra, sgranocchiando pop corn e bevendo una strana granita bigusto color azzurro fluo e arancione tè ginger, attendendo paziente che l’ultima ciofeca di Vin Diesel cominciasse (aspettative zero, commediuola dalle tinte fantasy leggerina perfetta per dimenticarsi il felpone di Dylan Dog sulla scalinata esterna), quando all’improvviso vedo delle immagini familiari. Guardo rapito fotogramma per fotogramma: “Noo, non può essere,” dico a Martin mentre si gira verso di me ruminando a bocca piena, “Chi diavolo ha fatto un film basato sui fatti dell’Essex? Un criminale?” continuo imperterrito, intontito dalla potenza di quelle immagini. Martin fa spallucce, ricascando sulla poltrona mentre le immagini si susseguono temporalesche sullo schermo. Scopro che è proprio così: è stato diretto dal geniaccio di Ron Howard (A beautiful mind, Apollo 13, Happy days) e uscirà nelle sale italiane il 3 di Dicembre. Tappa obbligatoria, naviganti. Eccovi l’incanto che ho visto io:

 

Sul film Howard dichiara:

Volevo fosse meno “Lo Squalo” e più “King Kong”, la forza che viene risvegliata. I membri della ciurma hanno scritto nei loro diari che forse questa era la mano di Dio, la balena che cerca vendetta. Loro facevano quel lavoro per dare da mangiare alle famiglie ma erano consapevoli di usare metodi brutali. È la storia dei nostri tempi: l’olio di balena era la loro fonte di energia all’epoca, Nantucket era l’Arabia Saudita di oggi. Non cacciavano per il cibo ma per l’olio, per i soldi. La terra e il nostro eco sistema sono oggi sotto lo stesso tipo di assalto per lo stesso motivo. Lo sa che nelle missioni Apollo usavano ancora l’olio di balena per lubrificare gli ingranaggi più fini, perché non si congela nelle bassissime temperature dello spazio. Tranquilli, non si usa più da decenni.

Se la pace non è costituzionale

E’ accaduto realmente, le cose stanno proprio così: il prefetto di Brescia ha ordinato al sindaco di Desenzano (donna che non ha mai avuto la mia personale simpatia) di rimuovere la bandiera della pace dal balcone dell’ufficio. Non solo: con essa l’ordine includeva la bandiera pro liberazione del Tibet dall’oppressione cinese. L’amaro si è sparpagliato agli angoli della mia bocca con immediatezza, un sussulto mi ha attraversato e il senso di ingiustizia ha seguitato per parecchio tempo a divincolarsi in me: le cosiddette “norme regolamentali” non dovrebbero stridere con l’intenzione, sincera o meno, di impegnarsi civilmente per la pace e per l’indipendenza di una nazione oppressa. Sono andati a vuoto gli insegnamenti che Patch Adams ci ha regalato e che tutt’ora ci ricorda? Non è forse un obbligo sociale tendere alla pace più che ad ogni forma di conflitto? Dobbiamo anteporre la forma alla speranza?

No. Dobbiamo impegnarci tutti, non abbiamo altra scelta.

<<L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.>>

Costituzione Italiana, Articolo 11

 

Quella volta in cui

 

Sono molto legato alle mie fotografie. Non perché abbia del talento nel farle o perché stia poi a trascorrere tutta la durata dei giorni che mi restano a riammirarle, ma perché le associo sempre a un’azione precisa, definita nella mia memoria, a una presa di posizione nel momento stesso vissuto. Un’assurda diapositiva più vivida ancora di un atto indelebile. Come quella che vedete in foto, scattata quasi un anno fa, in Austria, durante un’esperienza indimenticabile della mia vita in cui mi ero messo in testa di scrivere uno speciale sulla neve.

 

D’altra parte il mio amore per Kate Bush mi accompagna in pianta stabile giorno e notte e non mi lascia andare e dunque, dopo aver consumato il suo 50 words for snow (meraviglioso, un disco dell’anima), e motivato da ragioni economiche, me ne finii in Austria a fare il ragazzo alla pari. Fu un’esperienza incredibile, ma la fotografia non racconta di quello, non c’è il mio faccione con dietro le splendide montagne innevate e non figura nemmeno quell’hotel interamente in legno che raggiunsi dopo otto ore e mezza di treno, in mezzo alla nebbia, al gelo, ai drink alcolici Hugo (gusto lime ineguagliabile). C’è uno dei centinaia di ragazzi che adoravano gettarsi dalla cima del monte, generalmente al mattino presto, per ammirare il panorama o fare acrobazie nell’aria che forse ho immaginato o probabilmente visto sul serio. Li vedevi lanciarsi, atterrare e rientrare per una zuppa calda o una birra versata in un vaso – più che un bicchiere – che veniva sgolato sempre più velocemente di quanto pensassi.

Ho vissuto quasi un mese, in quell’hotel, accudendo una bambina di due anni adorabile, dal nome Nubìa, che voleva dire qualcosa di simile a forte, combattente. Una sera, Kellie (la madre, con origini brasiliane) mi disse che un suo caro amico stava salendo con la funivia per lanciarsi da quei famosi mille e passa metri e che avrebbe voluto andassi anch’io, perché potrebbe farti piacere, magari ti inspira un racconto. Testuali parole che mi rallegrarono e mi incoraggiarono.

Devo essere sincero: sono l’imbranataggine in persona, rifiutai lezioni di ski gratuite perché goffo e spacciato. Ho una patente che uso pochissimo, perché guidare mi terrorizza, andare in bicicletta vuol dire sbandare e finire a terra, con i pattini rischiai di perdere una caviglia, con il motorino una spalla: i motori non sono per me, lo so. Però volare… quando mi fu detto che era possibile provare il Tandem flight – paracadutismo in coppia accomodati su seggiolini – mi diedi coraggio. Non potevo rifiutare, era un aut-aut delle possibilità, un’occasione che mi si sarebbe ripresentate poche volte nella vita (capiterà, ma lì stava capitando). Dissi di sì e salimmo sino alla cima, proprio dove vedete nell’immagine. Il mio amico esperto allacciò tutto come una sarta che trama, intesse e crea. Sembrava una gigantesca medusa, era bellissimo. Mi prestò due dei suoi giubbini, il freddo toglieva il fiato. Bevve una birra, ne consigliò una anche a me ma rifiutai perché non volevo che nulla alterasse quel momento. Ci preparammo l’uno di spalla all’altro, mi raccomandò di correre e di lanciarmi nel vuoto, l’enorme aquilone sopra di noi ci avrebbe sorretti senza timore, era un gioco da ragazzi per lui. E quel coraggio me lo diedi, meravigliosamente, fu stupendo: al grido ruggente Run, Aldo, run presi a correre. Non facilmente, perché la neve è una candida sabbia mobile, affondando i piedi nella neve da cartone animato, nelle orme che avrei lasciato lassù. Corsi forte e mi lanciai.

 

Jukebox # 36 “Alive” di Sia

Sia è oramai divenuta una delle voci più strabilianti degli ultimi anni: potente, invincibile, impavida, la sua ugola è un mezzo con cui la cantante libera e rilascia al nostro udito le sue gioie inconfessabili e i suoi dolori più tragici. Ma sempre come fanno i grandi artisti, sia chiaro: universalizzano il senso d’ansia (la meraviglia Chandelier), di claustrofobia (Elastic heart), fondono i diversi elementi artistici in uno solo, senza divisori di sorta. Proprio com’è successo nel suo ultimo singolo Alive, viva, in cui la cantante, pronta ormai a regalarci un nuovo album dopo poco più di un anno (uscirà a Gennaio, si chiamerà This is acting), ha inserito un’impressionante karateka che si esibisce in un missaggio di Katà che sbalordiscono per la loro interna ritmicità.

Per me che ho affrontato per sei anni questa meravigliosa disciplina questo video è decisamente arte pura. Senz’ombra di dubbio. Più dei luccichii di paillettes e degli scenari panoramici attorno al mondo. E’ l’occhio, talvolta, che deve cogliere la poeticità dell’attimo: nella vita che canta l’artista vi sono tutta la lotta, l’energia, il coraggio. Vi è tutto ciò che ci rende vivi, per l’appunto, non solamente in vita.

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