Confessione

Naviganti,
quest’oggi vi voglio confessare un piccolo segreto, mi va di condividere con voi un trancio di passato appartenuto alla mia vita e ai mie gusti che ancora oggi raramente ritiro in ballo. Il motivo? Semplicemente, è passato troppo tempo. Non ho più 7-8 anni, ma 21, e i miei gusti sono cambiati di molto, virando verso scelte che mai avrei immaginato tempo fa e che indubbiamente continuerò a ritrattare.
All’età menzionata, dicevo, nel fiore della scoperta della lettura – per me paragonabile allo schiudersi di un Sesamo spazio-temporale di indicibile bellezza- avevo un forte attaccamento alla serie Piccoli brividi di R.L.Stine. Li ricordate? Massì, quei libretti colorati di verde all’esterno, con storie di paura raccontate con abbondante minuzia per i particolari e con grande divertimento dell’autore, che ne ha scritti a centinaia in tutta la sua carriera. Ricordo ancora quell’attimo in cui,  topo della biblioteca com’ero e come venivo puntualmente soprannominato, presi per sfida e per sfizio La casa della morte e lo divorai in una sola giornata.
All’epoca, tempo alla mano e giornate alle calcagna, amavo leggere tutto d’un fiato, senza interruzioni; non avendo altro impiego mentale da far fruttare, mi divertivo un mondo a viaggiare sulla carta disinteressandomi di tutto il resto, a discapito di ogni relazione sociale e delle preoccupazioni dei miei cari che quotidianiamente avrebbero voluto farmi uscire e “divertire”. Senza sospettare, probabilmente in buona fede, che io mi stessi già divertendo un mondo.
Bene, quel libro mi piacque molto, per atmosfera e narrazione, e mi invitò a leggerne un altro, un altro e un altro ancora. Nei miseri tre prestiti alla volta ai quali era possibile accedere in quanto studenti i miei tre erano sempre siglati con il nome dell’horror. Quando uscì, mi piacque anche il telefilm, nonostante fosse molto meno inquietante dei libri, ma su questo punto non avevo fatto affidamento. Da Stine saltai poi a Poe e a Lovecraft, passando per Stephen King.
L’orrore trascritto mi diverte ancora oggi, assolutamente di più di una narrazione cinematografica. Mi piace arrangiarmi da me, fare da regista e da scenografo.
D’altra parte provengo da un monito autodidatta, un’arte dell’arrangio che mi ha sempre permesso di mantenere vivo e ardente il fuoco del gusto per la lettura, senza mai smorzarlo di una sola fiammella.

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E anche se non l’ho mai detto a nessuno prima d’oggi, io quei libri li conservo ancora adesso  come oro, a pari merito con il ricordo di averli letti.

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Ci sono momenti in cui comunichiamo più con il silenzio che con le parole. Sentimenti profondi che si presentano sotto forma di prosciutto o di denaro. E la capacità di percepirli è un vero tesoro. 

– Banan Yoshimoto, Il lago 

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Jukebox # 23 The Harbinger di Julianna Barwick

Chi mi conosce sa della mia ossessione per la pace e per la tranquillità. Sembrerà il monito di un pantofolaio latente nel suo letargo, ma è invece una profonda ricerca che mi coinvolge da tempo. Io alla Vita spericolata di Vasco ho sempre preferito quella tranquilla di Tricarico.
Oggi il nostro Jukebox di bordo vi porta proprio nei campi Elisi della musica. Con Lei, che io amo profondamente.

Chi: Julianna Barwick 

Dove: brano tratto dall’album Nepenthe

Quando: pubblicato nel 2013

Perché: Perché la Bellezza è il centrino della serenità.

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Quando sarai morta

Quando sarai morta, poesia
distesa tra il rigoglio dei prati
e della concimazione naturale
mi abbandonerò ai tuoi piedi
in una fusione di abbracci e di dicerie
che vanno dicendo di te
oscure meditazioni
ma chetata fra il mio corpo e la galassia
tu non rispondere
a queste impudiche ingiustizie
che ti rendono la bellezza claudicante
più spasimata della mia vita
e quando sarai morta, mia grande epilessia
dormi quieta
riposati, astuta conoscitrice
torna nel varco
di noi poveri marinai
adagiati sui primi cirri che andrai compattando
stemperati in un cielo infuocato e assente
come sempre i tuoi versi
liquefecero la luce
e le cattive intenzioni
quando sarai morta
certamente anch’io avrò compiuto un passo indietro
indietro nei miei millenni floreali
e sarà un tributo di luminescenza
l’arcana celebrità
 che riconoscerà che tu
fosti l’unico perno
su cui ho danzato una vita intera

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Fanculo l’ego

Ho sempre ritenuto nauseabondi tutti coloro che non si sono mai concessi il lusso di spettinare la propria rispettabilità a discapito di voglie segrete mai espresse. Ma perché – dico io – chi ci restituirà tutta la voga cristallizzata in comportamento risoluto e impeccabile? La vita è un viaggio divertente, se quest’ultimo aggettivo viene a mancare il viaggio è una giravolta di trottola.

Eccomi a clowneggiare un evergreen dei mitici Fleetwood Mac

I mitici!

I mitici!

Sarebbe un sogno se noi che osiamo divertirci diventassi virali più di chi si prende sul serio imbottito di odio e tracotanza.

Newsreel, di Cecil Day Lewis

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Enter the dream-house, brothers and sisters, leaving
Your debts asleep, your history at the door:
This is the home for heroes, and this loving
Darkness a fur you can afford.

Fish in their tank electrically heated
Nose without envy the glass wall: for them
Clerk, spy, nurse, killer, prince, the great and the defeated,
Move in a mute day-dream.

Bathed in this common source, you gape incurious
At what your active hours have willed –
Sleep-walking on that silver wall, the furious
Sick shapes and pregnant fancies of your world.

There is the mayor opening the oyster season:
A society wedding: the autumn hats look swell:
An old crocks’ race, and a politician
In fishing-waders to prove that all is well.

Oh, look at the warplanes! Screaming hysteric treble
In the low power-dive, like gannets they fall steep.
But what are they to trouble –
These silver shadows – to trouble your watery, womb-deep sleep?

See the big guns, rising, groping, erected
To plant death in your world’s soft womb.
Fire-bud, smoke-blossom, iron seed projected –
Are these exotics? They will grow nearer home!

Grow nearer home – and out of the dream-house stumbling
One night into a strangling air and the flung
Rags of children and thunder of stone niagaras tumbling,
You’ll know you slept too long.

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Abbiamo sempre bisogno di Poesia. Sempre.

Consiglio

Il Capitano ha sempre delle cuffie sulla testa, è un’atipica visione anacronistica di leggenda e ritualità 2.0. Per questo, per questo peso oberante e gioia elastica al contempo di dovervi fornire qualche consiglio musicale si permette anche questa sera di darvene uno: non perdetevi per nessuna ragione Let England shake di P.J.Harvey.
Vi sono molti motivi per farlo: in primis, è un album responsabile che racconta di guerra con piglio sapientemente melodrammatico e con una maturità testuale che spetta solo ad alcuni cantastorie d’eccezione. In secondo luogo, accarezza le corde intime del dolore umano e riporta alla luce una porzione di sofferenza universale. Terzo: è un album arrangiato e prodotto da un’artista di tutto calibro.

Polly Harvey, d’altra parte, è unica nel suo genere e in qualsiasi altro campo artistico. Motivo per cui, miei cari naviganti,
munitevi di cuffie anche voi e lasciatevi andare. Soprattutto a due capolavori: “England” e “In the dark places“.

Fatemi sapere se siete stati rapitil.

Un abbraccio.

PJ

Sì, viaggiare

Il viaggio è indispensabile alla vita quanto l’ossigeno lo è al sangue: null’altro potrebbe rinvigorire così il percorso, ricalibrare in quel modo l’enfasi e l’intenzione, il miraggio e la sosta. Viaggiare insegna e mette a dura prova, e regala il brivido di narrare a se stessi che sì, anche questa volta si è riusciti a sopravvivere nel disorientamento del nuovo, nello spodestare ritmico delle nuove visioni. Si prepara una valigia e si sa già che il peso più oneroso sarà disfarla al ritorno; si depositano sul fondo dell’animo i batteri di una nostalgia immotivata che carburerà i chilometri per farsi falò di voglie di nuove mete e di nuovi ritorni. Si viaggia perché nulla basta e tutto è troppo interessante e localizzato a miglia di distanza dal divano e dal comò.
Viaggiare è un’intuizione sagace: intraprendere la via durante il tragitto, come fa la terra che danza come derviscio tourner, prendersi una porzione di asfalto mentre si percorre a piedi la lunga via della propria esistenza.

E voi, dove siete diretti?

Sì viaggiare
evitando le buche più dure,
senza per questo cadere nelle tue paure
gentilmente senza fumo con amore
dolcemente viaggiare
rallentare per poi accelerare
con un ritmo fluente di vita nel cuore
gentilmente senza strappi al motore.
E tornare a viaggiare
e di notte con i fari illuminare
chiaramente la strada per saper dove andare .
Con coraggio gentilmente, gentilmente
dolcemente viaggiare.

(L.Battisti, Sì,Viaggiare)

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