Letter to a phantomatic boyfriend

8/05/2014

Caro ****

ti avevo promesso la stesura di questa lettera già da  ieri e oggi, perlomeno, volevo fartela avere per come era nata e per come era cresciuta nella mia mente: un pamphlet della mia dignità non disposta a retrocedere e della nostra amicizia che sta rischiando di oltrepassare il confine ad essa riservato di sentimento reciprocato di rispetto e di complicità. Non ho ancora ben compreso cosa voglia dire, per te, frequentare un umano che ti cammini accanto e tantomeno ti sei ancora sprecato di farmelo sapere, ma vorrei sapessi che per me un legame assume lo stesso suono magico di un liuto soavemente toccato. Un cembalo che con leggerezza si fa carico dell’ingombro di avere al proprio fianco un’altra voce, in un altro corpo, con altri attributi e con altri difetti. A me bastano i miei. Tuttavia, non ho pensato a questa lettera per trasmetterti i risvolti acidi della mia greve personalità inconclusa e inconcludente (almeno sessualmente). Lo scopo era ben diverso dall’assicurarmi la tua antipatia.

Vorrei coprissi con le mani il tarlo ansiogeno della relazione, per un secondo solo, poiché io credo fortemente sia un cappio asfissiante che tuoni come un occhiolino brillante per un epilettico. In parole molto più semplici ma essenziali, pensare a un fidanzamento con me ti ferisce incredibilmente, ed io lo so. Non voglio mancarti il rispetto dovuto, pertanto lo preciso per l’ennesima volta: non posso essere il tuo fidanzato, non il tuo amante e non il tuo ‘trombamico’(neologismo d’aborto linguistico introdotto per gli eterni indecisi che si servono delle mezze stagioni per perpetrare le loro mezze scelte, in mezzi letti con mezzi uomini e totalmente assenti dignità). Io sono Aldo e tu sei ******, in linea di massima, ma prima ancora siamo persone che si sono conosciute su una chat e hanno colto la sfida di conoscersi ed entrare in contatto. Malgrado l’intenzione di una vicinanza garantita, però – caro *****- io non vedo che vuoto, da parte tua, un totale disinteresse nei miei confronti che talvolta e più di “qualche volta” mi destabilizza fortemente: sono così invisibile, io, da passare ai tuoi occhi come se fossi una persona qualsiasi? Non ti richiedo di inquadrarmi come ospite speciale del tuo spazio, questo mai. Mi accontenterei mi riconoscessi in quanto tale e ti appassionassi anche a lidi che non siano il cantato melodrammatico di qualche fenomeno da baraccone uscito da “Amici”. Amicizia vuol dire mettersi in gioco e ha un peso permanente, nella propria scelta, ma rimane il fatto che io conosca il tuo mondo e tu, del mio, non sappia nemmeno lontanamente l’ubicazione e la consistenza. Ma io non sono una marionetta posta al tuo fianco: io sto benissimo da solo, con la mia ricerca e il mio modo d’essere e di non essere, ad inventarmi sempre qualcosa che colori il mio giorno. Se mi chiedi di esserti accanto, io mi alzo volentieri dal talamo e mi dirigo verso una direzione improvvisa e pregna di sorprese, senza pregiudizi e senza paraocchi. Il problema è che io ti vedo in quanto ***** e voglio scoprire i tuoi interessi, tu mi vedi in quanto persona qualsiasi che riempie il tuo vuoto incolmato in precedenza. Io mi sto affezionando a te per come sei, comprendi? E non mi permetto di dirti che “ti amo”, sarebbe uno squallore immeritato, un assestarti un pungo sopra il setto nasale, un ferirti. Sei libero di pensare e dire quello che vuoi, ma io sono altrettanto libero di indicarti qual è la storpiatura linguistica in cui ricadi con troppa faciloneria. Io voglio accedere a te come si accede a qualunque altro umano sulla Terra, come è giusto e sacrosanto che sia. Non sto nella pelle per la nostra visita al museo di scienze naturali o per il nostro pomeriggio assieme, soli e soletti. Non mento e non altero quando ti scrivo ogni singolo vocabolo. Non ho intenzione di andarmene da te senza ragioni o senza motivi: resto finché manifestiamo l’intenzione di abbracciarci per come siamo, per le aspirazioni concrete e autentiche. Se riusciremo nell’impresa di oltrepassare la molteplicità delle nostre acute e abissali differenze, costruendo un ponte solido di rispetto ed empatia, potremo diventare fratelli sovrapponibili girovaghi per il globo. A me va, ******.

A te?

Sei pronto a comprendere che è questa la strada maestra e nessun’altra?

Con affetto

Con il bene che sto mescolando al sugo

Con simpatia e voglia di rivederti

Mio

Aldo

—-> Amo scrivere lettere, qualora qualcuno volesse scrivermi qualcosa e farmi questo dono (un insulto, un merito, raccontarmi di un progetto che nessun altro sta fomentando, un augurio, un suggerimento rivolgetevi alla mia e-mail aldotheking@hotmail.it o, se siete vintage e magari un pochetto imbranati col computer ma siete ugualmente qui, passate dall’e-mail e avrete il mio indirizzo di casella postale.)

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We need to change

It's time to wake up!

It’s time to wake up!

<< Father, father, what has happened? Tell me if you can, >> cried Pinocchio, as he ran and jumped on his father’s neck.

<< This sudden change in our house is all your doing, my dear Pinocchio >> answered Geppetto.

<< What have I to do with it? >>

<< Just this. When bad boys become good and kind, they have the power of making their homes gay and new with happiness. >>

<< I wonder where the old Pinocchio of wood has hidden himself? >>

<< There he is >> answered Geppetto. And he pointed to a large Marionette, leaning against a chair, head turned to one side, arms hanging limp, and legs twisted under him.

After a long, long look, Pinocchio said to himself with great content:

<< How ridiculous I was as a Marionette! And how happy I am, now that I have become a real boy! >>

  • The adventures of Pinocchio, C.Collodi

Impasto

Avendo mia madre una pizzeria, mi è capitato talvolta di assistere alla nascita dell’impasto della pizza. Un’epifania troppo intensa per non essere riportata e condivisa.

Dove il coagulo infittisce

il glomerulo acceso di flauti di pan

m’impasta questa terra gramigna

con artiglio prosaico

è il cordoncino ombelicale

che mi mescola nel plettro del cielo

che mi rovescia dentro il fatuo futuro

In assoluta plenitudine

Mi affeziono ai pensieri gentili

Quelli a riff di melodia aggraziata

Con le pantofole si sta meglio scalzi

Si sta meglio accavallando le gambe sciolte

E mi rimane da accudire un pensiero:

il volto rimane sempre un da farsi fantasioso

e ti rivedo tra le congiunzioni

come delicato profumo ti diffondi

ti distinguo spesso tra gli ambienti meno indicati

risusciti spesso senza mai morire

vorrei raccontarti la storia del vecchietto

che sente che la vita sta fuggendo dalle anche

sai quanto ridere, di fronte a un tè agli agrumi?

Saremmo nuovamente soli

Soli a quest’età

Soli in terza fascia

In terza interdisciplinarietà

Curavi i cavalli, vero?

Perché di me neanche la voglia

di specchiarti in un polmone?

volgare tramonto 013

Il mio cuore è techno

Pasquetta 2011 045

Un plotone vaporoso si agitava dentro una pallottola di fumo e corpi danzanti. Una volta entrati, si è tutti nel girone afrodisiaco di sguardi a rallenty e carne al vento. L’amplesso ventilato è uno sciacallo che fa muovere i fianchi e attorcigliare le caviglie. Nessuno è libero da mani che percorrono risolute le curve fisiche e sguardi animali completamente privati della sobrietà. I lapilli erotici ribolliscono dentro le vene di chi si dimena e di chi sposta la criniera da una spalla all’altra. L’amicizia s’intensifica e si inoltra in meandri inesplorati. Si è grati all’orgia di note sin troppo facili e a sguardi decifrabili già troppo orecchiabili. Le voci sono ridotte al nulla, regna un inquietante silenzio ricolmo di frastuono. I coloriti paonazzi ed energici sono vitamina per ogni milligrammo, ogni salto è un giuramento d’adrenalina. Nel sangue si riversano tutte le componenti chimiche del Big Bang, tutto sembra ricominciare da zero. L’asse terrestre diventa un hulahoop  variegato, i pugni sferzati al soffitto sono in sincrono con la tempesta di fuori. Il pavimento appiccicaticcio è una cicatrice budinosa che lascia sciare la mia corporatura indecisa. Mi avvolgono le luci e la confusione, sono in guerriglia con la mia rivelazione, sono in pace con il mio fabbisogno. Devo tornare in quel posto,sì, devo tornarci a breve.  E’ un guscio intatto e rinfrescante, è una dimora a forma di porto, è il mio polmone techno.

Interlude (racconto breve)

L’effluvio di sapori inumidiva la stanza. Un pianoforte a coda spadroneggiava incontrastato nel soggiorno. Per la dimora vagavano stolte risonanze di gravi sensi di frustrazioni, ammissioni sordide di sbagli dal retrogusto incompleto. Diamanda afferrava l’aura del tempo come una predatrice, soffocando il malore nello stomaco, che la inebetiva come un cancro spietato. Il senso d’irreparabilità si spalmava sulle sue mani di acqua con fitte dolorose all’animo. Diamanda illustrava a sé stessa sciami di realtà provvisorie da adottare:scappare dal delitto, dalla lucidità, impugnare il suo pianoforte e costringerlo a cantare una nenia per le vittime del fascino cruento delle sue carni. La sua figura di meretrice poetica le consentiva di adescare giovani leve del firmamento musicale con scusanti misere eppure sempre convincenti. L’abuso era un omaggio alle sue radici caotiche. Prestava la sua disponibilità per scarnificare innocue vittime, alunni che bussavano al suo harem per migliorare la tecnica e che uscivano violentati dal suo fascinoso tatto. Era un’illogica procedura, una tela di colore astratta e inversa, come un dipinto di Bosch.Lo sfregio era perpetrato nel silenzio, tra un’esecuzione di Bach e una chiacchierata. Nulla aveva potuto, però, con Andreas, il più brillante, il più imponente dei discepoli. Durante le carezze sul collo, vibranti come carillon, si era rivolto a lei in maniera brusca.“Orrida puttana” l’aveva apostrofata. La verità era stata ampiamente superata, in quel vomito di accecante realismo. Non aveva potuto udire la rabbia del giovine e non occultare il suo magone. L’aveva afferrato per la gola. Ucciso. Subito erano scivolati in lei i più oscuri presagi di morte, le erinni in carne ed ossa. L’errore greve, il cieco affanno che le portava via un’anima che aveva desiderato ardentemente. Lo sconforto inappagante. Scaraventò a terra un temperino, trovato tra le scartoffie dell’inutile routine. Staccò la lama frettolosamente e l’appoggiò ai polsi biancastri, premendo con tutta la forza che serbava in corpo. Il sangue zampillava dalle recisioni. Si avvicinò al pianoforte,si sedette con difficoltà sullo sgabello e intonò “Time(interlude)”. Sulla tastiera presero vita i rimpianti e i sospiri del flagello che lei stessa aveva impresso sulla sua carnagione. Una lacrima.“Time is like a dream and now, for a time, you are mine. Trattenne il fiato,alzando lo sguardo rabbuiato ai cieli, in tono di supplica.“ Who knows if it’s real or just something we’re both dreaming of”.

Aforismi ritrovati qui e là

*tratte dal mio taccuino scolastico, anni 2010/2011  

“La Poesia esiste e si rifrange lungo i margini d’un’idiosincrasia”

“Se mi nego l’amore è perché non posso sopportarne l’eco, la spettrale risonanza”

“Io fuggo i logaritmi e le equazioni e mai, dico mai, ebbi dimestichezza con i numeri, perché non volevo contare i miei fallimenti”

“Può darsi la mia vita sin qui sia stata noiosa, un po’ insulsa a dir la verità, ma è l’unica che io ricordi e questo la rende indimenticabile”

“Le scarpette di danza mi ricordano l’abecedario di Pinocchio. Solo Geppetto sapeva quanta insopportabile fatica gli fosse costato,quanto sudore e sacrificio. Si era lasciato lì, al freddo, per le strade;così immagino debbano essere quelle miracolose scarpette: il trionfo di una vita sulle punte, a volteggiare come libellule spaurite, nel silenzio e nel dolore, intorno a pungenti e rinfrescanti fiori”

“Agli occhi degli innamorati la luna non è mai un satellite”

“Il mio spirito brucia a fuoco lento”

“Quando tutto il mio Universo va a rotoli ho il dovere di sorridere”

“Anch’io, come te, ho desiderio di salire su un palco, più su un soppalco di stelle, poiché c’è un atto diabolico nel vituperare la propria coscienza, nel vilipendio della propria oasi d’amore”

“A scrivere si fa presto a morire”

“Non riesco mai a fare a meno del più”

“Comunque andrà questa mia vita, io ho già preso appuntamento con la morte:speriamo sia puntuale!”

“Sollevare il tuo senso di fallimento è il mio unico riscatto ed ecco che quando tu inizi a starnutire io temo sia l’ora dell’Apocalisse e scivolo di vertebra in vertebra per raggiungere la tua anima e metterla in salvo”

“C’è un frastuono che mi disintegra: è il silenzio della mia colpevolezza, il vociare alterco del mio male”

“Di insegnanti ho avuto solo i miei sbagli ed oramai la mia penna si chiama Caligola”.

“Forse lo sgomento che porta molti a soffiarmi in faccia i loro brutali dispiaceri è che io sono magicamente fuso alla vita, siamo un tutt’uno inscindibile; è per questo che ignoro cosa sia la morte, se non riguarda gli altri. Perché io ho trapiantata, infusa, un’alogica poesia nell’anima che mi fa riaccendere e spegnere,ma mai completamente ardere nel buio. Tutti i mali che vuoi, ma io amo vivere,amo esserci,amo poterne scrivere. That’s it”

“la sospensione resuscita la materia e ne fa polvere per poeti cocainomani. Io aspiro avido le nuvole, mi piacciono molto. C’è un azzurro nel cielo che sembra un colore da tavolozza, una pala gesuita. Un grande fazzoletto d’arresa. Ma questa volta è un po’ più d’avventura, puramente decorativo,forse. “

“Mi dedicherò alla scrittura,molto più appagante nella sua scriteriata corsa da un margine all’altro, nella quale io sparo il botto d’inizio e conduco le danze. Scrivere è davvero un miracolo. Ma non c’entra affatto con Dio.”

Il maschilismo ha frantumato i testicoli

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Sentire parlare di femminicidio significa che qualcosa di tragico è accaduto, che da lungo tempo la soglia della sopportabilità è stata oltrepassata. Essere donna oggi è diventata una condizione di profonda contraddittorietà: da un lato si affacciano nuove prospettive civili,traducibili come l’occasione di essere titolari  di  diritti e nuove opportunità integrative all’interno della società, dall’altro, purtroppo, le statistiche segnalano lampeggianti che troppe donne sono state uccise negli ultimi anni. Le cifre sono spaventose e inaccettabili per qualunque paese si sia dichiarato civile. Il più grande disappunto, però, viene ancora una volta da uno sguardo più ampio: l’orrore più sconfortante è la mentalità vigente che una donna sia proprietà del compagno, del marito, se non del fratello o del cognato o del genitore defunto, il pensiero che vorrebbe identificare una donna in un portachiavi, sempre a disposizione dell’uomo predatore, del maschio che ne detiene la sola ed unica copia nelle mani.

Quest’idea mostruosa ed inumana di appartenenza, tanto carina se espressa nei termini del Ti appartengo e tu mi appartieni, sta mietendo alla lunga sempre più vittime, talvolta senza neppure macchiarsi le mani di sangue. Ansie, suicidi, cattività psicologiche la fanno da padroni, quando manca una piena consapevolezza del valore inestinguibile della propria persona, quando la fragilità trionfa silenziosa anteponendosi al coraggio di dichiarare la propria intaccabile indipendenza. Ancora una volta la nostra società fallisce miseramente, a partire dai programmi demenziali in cui le donne si seggono su troni cartonati nell’attesa di essere considerate ostriche da risucchiare in gola e da sputare poi se indigeste e che attraggono così tanto moltissimi telespettatori, che non perdono nemmeno un appuntamento con la loro futura morte civile. Come un serpe, il germe maschilista, sempre più un affare estendibile ad entrambi i sessi, ricopre di normalità quanto vi si discosta di più: il predominio, la smania di avere al guinzaglio un essere umano, rilegare la donna ad un unico canone estetico imperante, interiorizzato fin dalla più tenera età. Se si vuole sconfiggere la spirale omicida che sta colpendo le donne, bisogna smetterla di compiacersi dei complimenti che diverranno fruste nel giro di pochissimo, bisogna combattere contro i propri istinti animali, che più della carne sono propri della mente, bisogna tuffarsi nella letteratura: Jane Austen non si presta bene alla prima serata.

Meringer vuole morire: Ultima parte

L'urlo

Quando l’uomo in questione riaprì gli occhi, domandò a sé stesso a quale miracolo sarebbe andato incontro. Si rese da subito conto che era disteso da qualche parte, su una barella bianca, come nei classici ospedali. E attorno a lui, una volta sbattuti ripetutamente gli occhi per abituarsi a quella luce piombante su di lui, si accorse di un dettaglio che ribaltò la sua ordinaria concezione di “morte”. Vide la ragazza di pochi minuti prima,accanto a lui, con un camice che lasciava alludere a certi pensieri depravati che al momento,però, forse anestetizzati del tutto, non fluivano a dovere, come  al solito. “Signor Thunderbot?Meringer Thunerbot?” Fece cenno di sì con la testa, non sapendo bene a quale domanda in quel momento stesse rispondendo. “Sì, sono io. Ma… Ma non dovrei essere morto, a quest’ora?” Buffo a dirsi, la vita è puttanesca più di una escort di prima qualità e se su quella sorta di lettiga contemporanea poggiava un signore di tarda età, magro allo schifio, estremamente noioso ,era solo per uno strambo errore del caso, del fato, del chissà. “Signor Thunderbot, siamo mortificati, alla macchina non era mai capitato di incepparsi o di fare errori. Siamo spiacenti, ma finché un tecnico non sarà in grado di ripararla, lei dovrà restare in vita. La informo, però, che ormai la sua scelta è irrevocabile: vivrà sino a quando la macchina non sarà aggiustata e sarà cessato il guasto. Dopodiché, lei avrà l’obbligo di morire”.

Meringer vuole morire (racconto): Terza parte

Suonò impeccabile, la sveglia, memore delle esercitazioni e programmazioni delle undici e ventiquattro del giorno prima. Il giovane Meringer, giovane solo nell’irreparabile lunatismo, si gettò letteralmente dal letto, scostandosi di dosso le coperte con foga animale e a stento trattenuta. La carica che gli assicurava la possibilità di porre fine al suo esistere era sconfinatamente grande. Forse più grande della sua codardia. Posò la sua mano scarne, piuttosto ossuta, sulla sveglia e pose fine a quello stridulo lamento simile alla mandragola. Era ora di finirla, con questa vita! Il suo giro vita aveva girato abbastanza per quelle strade, per quei pub vagamente islandesi: Everglade, per lui, chiudeva i battenti. Con la morte tutto sarebbe cessato, cesso compreso. Una volta vestito, con quel pullover da pollo striminzito, giusto per non vagolare fuori di casa nudo, si precipitò alla macchina e, suo stupore, tutte le luci erano veramente- a giurarci – accese. Il grande spettacolo di fine vita stava per avere inizio. Entrò nella hall un po’ indispettito dall’ansia, ma si rilassò subito quando vide una giovine donna, dai dreadlocks Medusa style sorridente, che si rivolse a lui con un tenerissimo sorriso da giovane donna, o ragazzina, del tutto illibata. “Posso fare qualcosa per Lei?” Meringer si sentì subito accolto e replicò senza troppo foga “Vorrei…. Vorrei uccidermi” rispose onesto sino al midollo. Sguardo del tutto abituato, mani sul computer regolatore e pronta risposta: “La sua stanza è la numero 136, ma prima dovrebbe essere così gentile da firmare questi documenti. Sono certificazioni di chi sia lei e motivazioni riguardo il gesto che ha deciso di compire. A lei.” Meringer si gettò subito nello sconforto, maledicendo istantaneamente tutti gli dei, sua madre, la natura e la burocrazia, sia il “bureau” che il faziosissimo “Kratos”. La ragazza sorrise, o forse mantenne solo il suo doveroso sorriso d’uffizio, “Sono solo scartoffie, non demorda, ci vorranno solo pochi minuti”. A questo punto Meringer, l’omino nonsense per eccellenza, sospirò delicatamente, raccolse il fascicolo da sopra il banco e accoccolandosi su una sedia messa a disposizione dal personale iniziò a compilare pratiche su pratiche su di sé. E proprio quando pensava di conoscersi, rise di sé e della sua ottusità cronica: l’ominide che aveva per anni guardato allo specchio altro non era che una sbiadita copia di altri milioni di miliardi di copie. Copie, solo copie, forse era quella la sua unica e decisiva identità. Copia di qualcosa che avrebbe potuto divenire, essere, un io partecipante,protagonista. Ma ora era al capolinea, depositò quindi i documenti sul davanzale. Sapeva non avrebbe scritto più lettere e che meno di tutto si sarebbe tediato con altre scocciature. Si diresse alla camera 136, ma sulla soglia ritrovò la ragazza della reception, che giocherellava con la penna mettendo in lustro quella sua dentatura perfetta e chiaramente esibizionista. La fissò, per molto tempo. Poi, non appena fece per aprire bocca, la ragazza impavida le sorrise schiarendo le guance “Ho il dovere di farle sapere che lei mancherà a tutta Everglade e che questa città la ringrazia per il suo inconfutabile contributo. La ringraziamo pertanto del tempo trascorso in nostra compagnia. Addio.” E col solito e ormai celeberrimo sorriso tentò di defilarsi lungo il corridoio, ma Meringer le sfiorò una mano, “E’ tutto quello che riesci a dirmi, questa salsa scondita di banalità?” Non si era accorto, ma era stato un po’ brutale in questo scontro faccia a faccia. Eppure, malgrado la rapida stretta, la ragazza si svincolò e allargando il ghigno, sincera dimostrazione d’affetto, gli sussurrò all’orecchio “Fosse per me, la porterei a ballare in un gigantesco e gelatinosissimo budino. Le auguro un trapasso sogghignante, credo lei se lo meriti fino in fondo”. E gli carezzò il viso, auspicando il termine ultimo di quella lovestory durata il tempo di uno sbucciamento di pistacchio.

Entrò nella stanza, girando la maniglia con cautela e parsimonia, trovandosi di fronte ad uno scenario insolito: uno stanzone simile ad un magazzino dalle grandi dimensioni , sgombro di decorazioni, niente fotografie-neppure sue medesime- con un grosso bottone rosso al centro. L’esplosione di un big bang personale,forse? Che doveva aspettarsi? Ma forse era proprio questa trovata, la morte: la non attesa, il non concept, l’assoluta mancanza del mancante? Che paroloni, per dio, pensò. Si avvicinò, più con discrezione che con paura e la sua mente prese vorticosamente a vagare. Perché una vita, dannata o lacrimosa fosse stata, l’aveva vissuta. i suoi anni, abbondanti ma non bastevoli, li aveva superati. Ed ora che era deciso alla conclusione, non svaniva tutto questo? Non perdeva l’incredibile patrimonio? Non era come non essere mai del tutto aver vissuto, la morte? E che diamine era? L’avrebbe scoperto subito. Contò sino a tre e pigiò il bottone. Chiuse gli occhi, contrasse i muscoli e si lanciò come stesse divertendosi con il bunjee jumping. Stette in quella sofferente posizione per minuti e poi minuti. Niente, non accadde nulla. Com’era possibile? Riprovò. E riprovò una terza, una quarta volta. Niente, il nulla assolutistico. Il panico cominciò a diffondersi, lentamente, come un virus, crebbe alla portata di valchirie e terribili folletti islandese, si espanse come i moti marini, si aggrappò alla sua gola, spalancando le temibili fauci. Fu a questo punto che Meringer, socchiudendo le palpebre, credette di essere morto. Tutt’altro, era solo svenuto.